IL MONDO? NON E’ ALTRO CHE UNA SERIE DI IMMAGINI CHE PROVENGONO DA DIO!

 

Introduzione a George Berkeley[1]

 

Per Locke la "sostanza" - un concetto-chiave del pensiero di Cartesio ed un assioma di base della costruzione di Spinoza - è inconoscibile. In altre parole per Locke "materia” e "spirito” sono inconoscibili. Berkeley fa un passo ulteriore: per lui la stessa “materia non esiste”. Ti potrà sembrare una tesi paradossale. Potresti intuire la ragione di tale negazione?

Ci provo: immagino che per Berkeley le cose, proprio perché sono “percepite”, sono solo delle idee.

La risposta così formulata potrebbe apparire ambigua: anche Cartesio e Locke sostengono che noi percepiamo solo le “idee”, tuttavia non arrivano a negare un mondo esterno al pensiero.

La mente umana - anche per Berkeley (in sintonia con Cartesio e con lo stesso Locke) non percepisce le cose, ma le idee. Riprendiamo allora il quesito: come è possibile negare la materia?

Ci provo ancora: le idee hanno bisogno, per esistere, di essere oggetto di percezione.

Questo è indubbio: le idee hanno bisogno, per esistere, di essere oggetto di percezione. Ma questo basta per dire che non esistono oggetti materiali esterni che producono tali idee?

Scaviamo. Per Cartesio le nostre idee avventizie sono prodotte in noi dalle cose. Per Locke le idee semplici di sensazione sono prodotte dalle cose, anche se la natura di queste cose non ci è nota. Per Berkeley non esistono cose - corpi, oggetti - che producono in noi le idee. Come è possibile?

Mi pare... demenziale dire che ciò che appare (parlo delle idee che, in quanto tali, sono "presenti"), che il mondo materiale, cioè che appare - le idee di computer, di sedia, di montagna... - non abbia alcun corrispondente al di fuori della mente umana: neppure Cartesio è arrivato a negare tale realtà!

E' una reazione legittima. Berkeley, però, ti direbbe che non è lecito separare le cose dal loro essere percepite: e le cose che sono percepite sono le idee.

Pensare che esiste un mondo materiale al di fuori della mente è "pensare che esiste un mondo non pensato”. In altre parole pensare (percepire) che esiste un mondo esterno al pensare è percepire qualcosa al di fuori del percepire. Cosa ne dici?

Mi sembra un gioco di parole (mi sembra strano che un anglosassone empirista arrivi a tali sofismi): un conto è l'idea che, in quanto tale, esiste in quanto è percepita, in quanto è percezione di qualcosa, ed un conto la genesi di tale idea, una genesi che nel caso delle cosiddette idee "avventizie" non può che provenire da cose materiali.

Si tratta, è vero, di due aspetti diversi, due aspetti che anche Berkeley riconosce diversi: Berkeley, infatti, ritiene che le idee provengano da fuori di noi.

Le “cose”, per Berkeley, consistono nel loro “essere percepite” (in latino “esse est percipi”: l’essere consiste nell’essere percepito). Per Berkeley non è lecito “separare” le cose dal loro essere percepite. Una tesi che forse non ti ha ancora convinto. Tu, infatti, potresti dire che le montagne esistono anche se noi non le percepiamo. Cosa potrebbe rispondere Berkeley a tale obiezione?

Ci provo: il fatto che noi stiamo parlando di montagne che esistono al fuori del nostro pensiero indica che noi queste montagne le stiamo "pensando".

E' proprio la convinzione di Berkeley, una convinzione che, forse, non ti... convince. Tieni presente - per un approccio critico - l'altra opzione.

Riprendiamo la distinzione di Locke tra qualità "primarie" (oggettive") e qualità "secondarie" (soggettive). Cosa direbbe Berkeley?

Immagino che dica che la distinzione non può reggere: come potrebbero essere oggettive le qualità primarie se, proprio perché ne parliamo, le percepiamo?

Il tuo è un discorso alla Berkeley. Berkeley sottolinea, comunque, che le qualità primarie sono colte tramite quelle secondarie e quindi non possono che essere soggettive come queste ultime.

Non esiste, quindi, una distinzione tra qualità primarie e qualità secondarie: tutto è soggettivo, cioè “esse est percipi” (l’essere consiste nell’essere percepito). Ma tu potrai ancora obiettare : perché mai non potremmo pensare alla materia come al supporto delle idee (alla sedia come supporto all'idea di sedia), anche se tale supporto può essere considerato inconoscibile in sintonia con Locke? Cosa risponderebbe Berkeley?

Immagino che dia una risposta di questo tenore: come potrebbe la materia agire sullo spirito, se si tratta di realtà eterogenee?

E' la convinzione di Berkeley: se ci fosse la materia (ma non vi è alcun modo per dimostrarne l'esistenza considerato che la materia è inconoscibile), non potrebbe agire sullo spirito, anzi non potrebbe agire in alcun modo in quanto sarebbe inerte, in quanto solo lo spirito è attivo.

Dato che un ipotetico "supporto" non avrebbe alcun rapporto con la sfera della percezione (tale supporto, nell'ipotesi di cui sopra, viene dichiarato inconoscibile), non potrebbe esserci alcuna possibilità di affermarne l'esistenza. Tale supporto, poi, se dovesse esistere, dovrebbe - esso materia (materia concepita cartesianamente come inerte) - agire e addirittura agire sullo spirito, il che è impossibile. Siamo di fronte, dunque, ad un'ulteriore conferma che “esse est percipi”.

Ma tu obietteresti ancora: come si può negare l'esistenza del computer che sto usando se oltre a "vederlo", lo "tocco" e quindi lo colloco spazialmente al di fuori di me? Cosa risponderebbe Berkeley?

Immagino che risponda che il tatto, essendo anch'esso sensazione come la vista, non può che essere... soggettivo: l'idea tattile, cioè, e quindi anche l'idea di uno spazio al di fuori di me, non può che appartenere alla mente.

E' indubbiamente un discorso di tipo berkeleyano: anche l'idea "tattile” è un'idea. Vedo che sei entrato nella sua logica.

Berkeley precisa che la "vista” è in grado di percepire solo sensazioni di colore e di luce, mentre il "tatto" percepisce le grandezze e le distanze. Si tratta di due "visioni" che sono eterogenee tra loro: un cieco dalla nascita - è l'esempio dello stesso Berkeley - che ad un certo punto dovesse vedere, non sarebbe in grado di rappresentarsi le cose che egli vede come delle cose esterne alla mente, non sarebbe cioè in grado di collegare immediatamente le cose che vede con le cose che ha toccato prima.

E' l'esercizio e l'abitudine, secondo Berkeley, che portano la mente umana ad associare gli oggetti della vista con gli oggetti del tatto. Lo spazio, in altre parole, non è fondato sulle sensazioni tattili e visive, ma è solo "suggerito” (è l'espressione usata da Berkeley) dall'associazione che la mente fa tra due ambiti sensoriali diversi. Né la vista né il tatto, dunque, ci testimoniano l'esistenza di un mondo materiale esterno.

Siamo, quindi, all'ennesima conferma che “l’essere consiste nell’essere percepito”. Tu, a questo punto, obietterai che un conto è il modo con cui si presentano quelle che il senso comune chiama "cose" (che si presentano secondo un certo ordine) ed un conto sono le idee costruite dalla fantasia. Non si può, ovviamente, pensare che le "cose" - che Berkeley chiama "idee" - siano prodotte dalla mente umana. Da dove dovrebbero provenire allora, dato che non esiste un mondo materiale?

Immagino provengano da Dio: lo dico per esclusione, dato che non provengono né da un mondo esterno né dall'io.

E' la convinzione di Berkeley, una convinzione - come tu dici - coerente con quanto detto prima: dato che non provengono dalla materia né dall’io, non possono che derivare da Dio.

Dio, quindi, è la fonte del mondo che appare (cioè delle idee - delle cose - che sono percepite). Le cosiddette "leggi della natura" non sono altro che le regole con cui Dio imprime in noi le idee del mondo. Si tratta di regole, dunque, oggettive: l'ordine e la coerenza con cui si presentano le idee (cose) sono di gran lunga superiori all'ordine e alla coerenza delle idee prodotte da noi e dalle associazioni di idee create dalla mente umana.

Si potrebbe osservare che, in questa ottica, le cose (idee delle cose) in quanto consistono nel loro essere percepite, dovrebbero non esserci quando non sono percepite. Berkeley non arriva a tanto: egli, infatti, sostiene che le cose sussistono anche quando io non le percepisco, in quanto vengono percepite da altri spiriti (non c'è bisogno che Dio ricrei ad ogni percezione le stesse cose).

E' opportuno ricordare che Berkeley è un uomo fortemente religioso (ad un certo momento diventa addirittura vescovo) ed è la religione, più che altro, a spingerlo nella sua ricerca filosofica. Il suo chiodo fisso: sconfiggere il “materialismo” negatore di Dio e del suo disegno provvidenziale, della spiritualità dell'anima. Da qui i suoi sforzi per demolire il concetto stesso di materia. Solo demolendo la materia, si è costretti a rivolgersi a Dio per spiegare l'origine e l'armonia dell'universo.

L'immaterialismo, poi, non può che fondare in modo inoppugnabile l'immortalità dell'anima. A questo punto tu ti chiederai: come possiamo sapere se esistono gli altri uomini?

Esistono in quanto producono in noi le idee.

Certo. Attenzione, però: si tratta di... spiriti, non di corpi! Non si tratta, cioè, di "animali” ragionevoli in quanto la "materia” non esiste.

Berkeley arriva a fare un passo ulteriore rispetto a quello fatto da Locke a proposito delle idee cosiddette generali (triangolo, uomo, bellezza...). Per Berkeley le idee generali non sono astratte: un’idea “astratta”, per Berkeley, è una “contraddizione” in termini, e, quindi, non esiste. Perché mai?

Ci provo: l'idea di uomo non si identifica con nessun uomo particolare - cioè li esclude tutti - e, nello stesso tempo, li include tutti, in quanto l'idea di uomo è universale ed è valida per tutti gli uomini.

E' la convinzione di Berkeley. L'idea astratta è una contraddizione e quindi non esiste: come farebbe ad esistere l'idea di "uomo", se tale idea esclude tutti gli uomini e, contemporaneamente, li include tutti?

Berkeley, quindi, è più radicale di Locke nella critica delle cosiddette idee "astratte ed universali": per lui le idee astratte non esistono perché sono contraddittorie e le idee generali non sono altro che segni che indicano le idee particolari di un certo tipo. Siamo di fronte, dunque, ad un “nominalismo” più spinto di quello di Locke.

Tale negazione delle idee astratte è un'ulteriore arma usata da Berkeley contro il concetto di materia: per Berkeley come "astrarre", prescindere cioè dalle idee particolari non è possibile perché ciò che si ottiene non ha nulla di positivo neanche a livello mentale, così astrarre - separare cioè le cose dal loro essere percepite - porta ugualmente ad una contraddizione. Quale contraddizione?

La contraddizione di "pensare" qualcosa che esiste anche se "non pensato".

E' quanto pensa Berkeley: l'astrarre - il separare - produce una contraddizione sia nel casi di idee "astratte" che di cose concepite come separate dal loro essere percepite.

Siamo ancora, quindi, al cuore della riflessione filosofica di Berkeley: l'immaterialismo. Per lui, tra l'altro, solo tale concezione - solo cioè la negazione di una realtà esterna materiale - confuta in modo definitivo qualsiasi scetticismo, scetticismo che è prodotto proprio dal pensare che esistono cose al di fuori del pensiero. Perché mai?

Immagino perché se si afferma che le idee sono rappresentazioni di cose esterne, non si potrà mai sapere se poi tali idee corrispondono veramente a tali cose: come si può uscire dal pensiero?

La convinzione di Berkeley è fondamentalmente questa: se si ammettesse che esistono cose al di fuori del pensiero, si potrebbe accertare la loro corrispondenza con le idee solo uscendo dal... percepire per percepire che le cose sono conformi alle idee, il che è impossibile.

Per Berkeley la radice dello scetticismo sta nell'affermare delle cose esterne alle idee: in questo caso non si potrebbe accertarne la corrispondenza se non uscendo dal pensare (percepire) per verificare (percepire) che le cose corrispondono alle idee, il che è letteralmente contraddittorio. Berkeley, quindi, non solo è convinto di avere salvato  - col suo pensiero - il Cristianesimo dagli attacchi dei materialisti-atei, ma anche di aver salvato la "verità" dagli attacchi degli scettici.

Un cenno alla concezione berkeleyana della scienza. Berkeley, come sai, ritiene che le leggi della natura non sono altro che le leggi (l'ordine) con cui Dio imprime in noi le idee. Si tratta di leggi immutabili, eterne?

Certo. Se vengono da Dio, non possono che essere immutabili: come potrebbe Dio decidere di cambiare leggi da lui stabilite dall'eternità?

La tua osservazione ha una sua coerenza. Berkeley, tuttavia, ritiene che noi non possiamo sapere se l'agire di Dio sia sempre uniforme.

Berkeley, inoltre, nega lo spazio e il tempo “assoluti”  di Newton: perché mai?

Immagino sia per la ragione secondo cui uno spazio assoluto - così come un tempo assoluto - sia una contraddizione in termini.

Sì. Si tratta, infatti, per Berkeley di concetti contraddittori perché sono idee che in quanto "assolute" - non relative cioè al soggetto che le percepisce - non sono percepite.

Un analogo discorso Berkeley fa a proposito della matematica: se la matematica pensa di avere a che fare non con nomi, non con segni, ma con idee astratte (i numeri, il triangolo...), ha a che fare con nessun contenuto positivo in quanto le idee astratte - proprio perché sono contraddittorie - non esistono. Puoi dare una valutazione sull'insieme del pensiero di Berkeley?

Ho l'impressione di aver di fronte un pensatore acuto, ma non un filosofo: come è possibile fare ricerca filosofica partendo dall'esigenza - che non ha nulla di filosofico - di difendere i valori cristiani contro il materialismo e l'ateismo? La filosofia deve essere "radicale" - così mi ha insegnato Cartesio - e quindi non deve presupporre niente!

La tua è un'osservazione pertinente. Non devi, però, dimenticare che le argomentazioni di Berkeley sono razionali (non fideistiche).

 



[1] Nasce in Irlanda nel 1685. Diviene pastore della Chiesa anglicana. Insegna all'università di Dublino teologia, greco ed ebraico. A 25 anni pubblica il suo capolavoro: "Trattato sui principi della conoscenza umana". Nel 1713 si sposta a Londra dove fa amicizia con i più famosi scrittori del tempo e dove riceve incarichi pubblici che lo portano anche a viaggiare sul continente (dalla Francia all'Italia).  Nel 1724 torna in Irlanda dove viene nominato decano della cattedrale di Derry. Nel 1728 sbarca in America con l'intento di costruirvi un collegio per i giovani indigeni. Il progetto non si realizzerà mai (non arriveranno mai i soldi promessi). Berkeley, comunque, grazie al suo ruolo di consulente delle scuole coloniali, riesce ad esercitare un'influenza notevole: non è un caso che verrà chiamata Berkeley la città della California dove sarà fondata nell'ottocento l'università. Nel 1734 torna in patria dove viene nominato vescovo. Negli ultimi anni si dedica soprattutto - oltre che a studiare ed a riflettere - ad opere di carità.  Muore a Oxford nel 1753.