RASSEGNA STAMPA

24 LUGLIO 2003
UMBERTO BOTTAZZINI
[Dalla «caratteristica universale» ai moderni computer, passando per Frege, Russell e Turing

Il sogno di Leibniz divenuto realtà

 

Trovare un alfabeto del pensiero umano, e gli strumenti di calcolo per manipolarne i simboli. Ecco «l’idea meravigliosa, l’audace sogno» concepito da Leibniz tre secoli fa, da cui prende le mosse la storia che Martin Davis racconta in questo bel libro. Agli occhi di Leibniz, i simboli dell’aritmetica e dell’algebra, o quelli che egli stesso aveva ideato per il suo nuovo calcolo differenziale confermavano tutti l’importanza di un simbolismo ben scelto. Erano paradigmi di quelle che egli chiamava delle caratteristiche reali, in cui ogni simbolo rappresenta un’idea ben definita. Egli andava vagheggiando invece una caratteristica  universale. «Sono sempre più convinto dell’utilità e realtà di questa scienza generale, e vedo che pochissime persone ne hanno compreso la portata» Leibniz scriveva in una lettera. «Questa caratteristica consiste in una certa scrittura o lingua che rappresenta perfettamente le relazioni fra i nostri pensieri. I caratteri sarebbero diversissimi da tutto ciò che è stato immaginato finora». I caratteri di quella lingua dovevano infatti «servire all’invenzione e al giudizio, come in algebra e in aritmetica». Un passo essenziale del programma di Leibniz era la creazione di un calculus ratiocinator, che riduceva le regole deduttive a manipolazioni di simboli. Quella che oggi chiameremmo logica simbolica. Se la caratteristica universale rimase per Leibniz solo un sogno, ben più concreti furono i passi da lui compiuti per la realizzazione del suo calcolo, anche se le sue idee rimasero sepolte in una montagna di manoscritti ancora oggi in buona parte inediti.

L’algebra della logica che egli aveva intravista in punti essenziali anticipa in maniera sorprendente  quanto  George Boole realizzò verso la metà dell’Ottocento, in un Contesto diverso e certo all’oscuro dei risultati del suo lontano predecessore. Anche Boole pensava di aver trovato «le leggi del pensiero», come testimonia il titolo della sua opera più celebre. In realtà, afferma Davis, «la grande conquista di Boole» era un’altra. Consisteva «nel dimostrare, una volta per tutte, che la deduzione logica poteva essere trattata come un ramo della matematica». Egli aveva trovato la logica sostanzialmente nello stato in cui l’aveva lasciata Aristotele due millenni prima, «ma dopo Boole questa disciplina non ha più smesso di crescere». Quella che ci propone questo libro non è tuttavia una storia della logica moderna. Anzi, alcune figure centrali in quella storia, come Peano, sono menzionate solo di sfuggita. Professore emerito del Courant Institute di New York, Davis è uno dei grandi logici del nostro tempo, autore di opere che figurano ormai tra i classici della logica e dell’informatica. Coniugando grande capacità narrativa e rigore scientifico Davis racconta le vicende del gruppo di uomini che, a cominciare  da  Leibniz  e  Boole, nell’arco di tre secoli «si è interessato, in un modo o nell’altro, della natura della ragione umana», dando forma alla matrice intellettuale che ha prodotto il «calcolatore universale» moderno. Alla fine dell’Ottocento Frege aveva mostrato come fosse possibile catturare i ragionamenti logici dei matematici nella sua Ideografia. Dopo la scoperta di antinomie e paradossi che ne minavano alla base l’edificio, Whitehead e Russell «erano riusciti a rielaborare la matematica corrente in un linguaggio logico artificiale; Hilbert si era proposto di studiare la meta-matematica di questi linguaggi logici; ma prima di Gödel nessuno aveva mostrato come questi concetti meta-matematici potessero venire inglobati nei linguaggi medesimi». Fu questo uno dei passi fondamentali compiuto dal logico austriaco per dimostrare, il celebre teorema che porta il suo nome. Nel 1930 l’idea di un artefatto in grado di funzionare come un calcolatore capace di elaborare informazioni era inimmaginabile. Eppure, osserva Davis, una persona esperta dei moderni linguaggi di programmazione che legga oggi l’articolo sull’indecidibilità di Gödel vi troverà una successione numerata di formule molto simile a un programma per calcolatore. E la somiglianza non è accidentale. Un passo fondamentale nella comprensione dei fenomeni dell’indecidibilità fu infatti compiuto da Alan Turing nel 1936 analizzando i processi di calcolo.

Cercando di risolvere un problema logico posto da Hilbert egli mostrò che tutto ciò che è calcolabile mediante un procedimento algoritmico può essere calcolato da una “macchina di Turing”. Una tale macchina era ancora di una astrazione matematica. Solo dopo la Seconda guerra mondiale cominciò a materializzarsi nelle valvole dei primi calcolatori. Questa storia, conclude Davis, sottolinea la potenza delle idee e la vanità di ogni pretesa di prevedere dove ci porteranno. Non solo i duchi di Hannover si sbagliavano quando credevano che Leibniz dovesse occupare il suo tempo a ricostruire l’albero genealogico della loro famiglia. «Anche oggi accade fin troppo spesso che quelli che forniscono agli scienziati le risorse necessario per vivere e lavorare cerchino d’indirizzarli nelle direzioni che secondo loro hanno più probabilità di produrre rapidamente risultati. Tuttavia un simile tentativo non solo risulterà, verosimilmente, vano nei tempi brevi, ma - e questo è più importante - scoraggiando le ricerche prive di utilità immediata impoverirà il nostro futuro». Una conclusione quanto mai attuale per le condizioni della ricerca nel nostro Paese.

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