RASSEGNA STAMPA

1 MAGGIO 2003
FRANCO VOLTAGGIO
[Nuova grammatica del vivente
C'è una intrigante macromolecola, il Dna, che ormai da cinquant'anni ci aiuta a capire come si trasmette la vita. E come si conserva. Sorta di carta d'identità segreta che ci racconta come, allo stesso tempo, siamo tutti eguali e tutti diversi. Uno scenario di cui protagonista è diventata l'ingegneria genetica, spettro inquietante per quanti temono manipolazioni innaturali, per altri speranza di vita e di guarigione. Alla medicina contemporanea, il compito di diventare vero banco di prova. Responsabilmente e al di là di qualsiasi strumentalizzazione
 
Nella memorabile rappresentazione italiana (1963) della Vita di Galileo di Brecht Giorgio Strehler allestì una scena in cui alcuni bambini giocano in una piazzetta, dando vita a una rudimentale partita di pallone, lanciandosi l'un l'altro una palla fatta di stracci. La palla rappresenta la Terra che, non più immobile, gira nello spazio, costringendo alla mobilità quanti vi stanno sopra, ivi compresi i potenti, principi, re, cardinali, papa, imperatore, il cui potere comincia a traballare perché nel geocentrismo, ora dissolto, era la metafora della sua permanente stabilità. Con la definitiva accettazione da parte degli scienziati della teoria eliocentrica, a dispetto della resistenza opposta dalla Chiesa del tempo, parrebbe che la percezione di un cambiamento radicale sia arrivata a toccare e commuovere il senso comune che nel dramma è rappresentato dall'atteggiamento dei fanciulli. In realtà le cose, nella storia, non sono così semplici e, tutto al contrario, esiste sempre uno scarto temporale tra cambiamento reso possibile da una scoperta scientifica e sua lucida avvertenza da parte del senso comune: ancora oggi si usa comunemente dire «il Sole sorge», «il Sole tramonta», anche se ormai tutti sanno che quello solare è un moto apparente. Rispetto al passato, tuttavia, il secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle - e in particolare i suoi ultimi cinquant'anni - ha introdotto una novità radicale: la comunicazione, spesso in tempo reale, e qui poco importa se corretta o deformata, della scoperta scientifica e delle sue possibili applicazioni, tale che il pubblico, anche quello lontanissimo dal mondo della scienza, ha vissuto la drastica riduzione tra evento scientifico epocale e comprensione della sua portata. Ma c'è qualcosa di più, forse per merito o per colpa dei media - ma in una riflessione storica appena attenta non ha senso parlare di «colpa» o di «merito» - l'informazione veicolata ha fatto lavorare l'immaginazione popolare e l'ha colmata di miti, talché quello che l'uomo comune sa dei contenuti salienti della scienza contemporanea si confonde con quello che immagina o, per meglio dire, conoscenza e immaginario collettivo tendono a coincidere.

1953: un anno cruciale

Queste considerazioni ci vengono in mente in occasione di una ricorrenza significativa: esattamente cinquant'anni fa - 25 aprile 1953 - compaiono su Nature tre articoli dedicati alla rappresentazione della struttura di una macromolecola filamentosa responsabile dell'espressione e della trasmissione dell'eredità, il Dna (Acido desossiribonucleico) presente nel nucleo delle cellule. L'articolo fondamentale, che riproduce e illustra l'ormai classica struttura a doppia elica porta la firma di James Watson e Francis Crick. Comincia da quel momento un diffuso interesse da parte dei non addetti ai lavori per quello che si ricerca e si scopre in biologia e quel che attira maggiormente è il fatto che le future ricerche sembrano contenere una promessa: poter sapere sempre meglio che cosa è la vita e arrivare a scoprire che essa è l'esito di un processo di conservazione. L'impatto emotivo è tanto più forte quanto più cade in un momento in cui, concludendosi un tipico conflitto da guerra fredda come la Guerra di Corea (1950-1953), le grandi masse sanno che, dopo il dramma di Hiroshima e Nagasaki (il vero primo esperimento, purtroppo riuscito, dell'uso di un'arma pensata per lo sterminio di massa) la vita sulla Terra e, in particolare, la sopravvivenza della nostra specie sono a rischio di estinzione.

Quella che storicamente è una contraddizione, essersi incamminati sul percorso di conoscenza delle origini della nostra vita nel momento stesso in cui tutti i viventi sono entrati in un incubo mortale, si volge nell'immaginario collettivo in una grande speranza: quanto più e quanto meglio sapremo come si trasmette la vita, tanto più agevolmente sapremo evitarne la fine. Si può certamente criticare questa speranza che cela una tragica ironia, in quanto la vita comincia ad essere compresa nel momento stesso in cui è realistico pensare alla sua scomparsa. Ma le speranze traggono la loro ragionevolezza non tanto dal loro contenuto, ma dagli affetti e dai comportamenti che pongono in moto. Il primo di questi affetti pare fare la sua comparsa nel mondo stesso della scienza: inizia il declino (talora persino di innovazione speculativa) dell'egemonia della big science (la fisica) a torto o ragione associata alla bomba atomica e inizia l'epoca della biologia. Ma c'è qualcosa di più. Il grande potenziale conoscitivo della nuova biologia, la biologia molecolare, non solo introduce una serie di riflessioni di grande portata sulla remotissima transizione (quattro miliardi e mezzo di anni fa) dall'inorganico all'organico, ma, per una sorta di contagio culturale - la biologia è, tutto sommato, una scienza storica - induce a valutare in termini storici gli stessi fenomeni indagati dalla fisica. Specie negli ultimi decenni del secolo scorso ogni capitolo realmente innovativo della scienza fisica si volge in un capitolo di storia dell'universo

La bomba «biologica»

La storia del Dna, prima del 1953, è per molti versi, quella di fenomeni scoperti da tempo sul cui significato, tuttavia, stentò a farsi decisamente chiaro. Come osserva Fabio Terragni in Dizionario di storia della salute (a cura di Cosmacini, Gaudenzi, Satolli, Einaudi, Dna, s. v.) le prime ricerche risalgono al XIX secolo quando un medico svizzero, Friedrich Miescher (1844- 1895) prese a studiare, verso il 1870, talune componenti del nucleo della cellula. La molecola di Dna venne comunque isolata in Germania attorno al 1890. «In quel periodo la molecola venne separata dalle proteine cui è legata nel nucleo e venne stabilita la presenza nel Dna di fosfato, zucchero e di una famiglia di quattro composti: adenina, citosina, guanina e timina, oggi dette basi azotate, che costituiscono le componenti variabili della catena. La sua funzione rimase però oscura sino al 1944, quando il biologo americano Oswald T. Amery (1877-1955) ne provò la responsabilità nel fenomeno della trasformazione, ovvero nella trasmissione da un batterio a un altro di caratteri genetici». Questo speciale ruolo venne confermato nel 1952 da altri ricercatori americani, come Alfred Herschey e, soprattutto, Martha Chase. Quando uscì l'articolo fondamentale di Crick e Watson, la funzione del Dna, di esprimere e trasmettere l'eredità, era perciò già nota. La rappresentazione del modello chiarì soprattutto le modalità seguite dalla macromolecola nel svolgimento del suo compito. In particolare, Crick e Watson posero in evidenza come i due filamenti del Dna fossero costituiti dalla ripetizione di nucleotidi complementari l'uno all'altro. La struttura venne mostrata da Crick e Watson essenziale per permettere la duplicazione del Dna e, in particolare, la trascrizione dell'informazione genetica nell'Rna (acido ribonucleico) - che fungeva così da «messaggero» - e, conseguentemente, la sua traduzione nelle proteine, vale a dire le componenti strutturali e funzionali delle cellule. Quando, nel 1962, Crick e Watson furono insigniti del Nobel per la medicina, di fatto il meccanismo dell'eredità risultava fondamentalmente acquisito. Le indagini degli anni successivi furono occupati essenzialmente in indagini sui processi di trascrizione dal Dna e dal Rna e venne affermandosi il «dogma di Crick» secondo il quale non v'è organismo che non segua la linea Dna-Rna (trascrizione o transcriptase diretta) (più tardi il «dogma» avrebbe ricevuto un duro colpo, quando si scoprì la peculiare natura di alcuni organismi in cui il processo di trascrizione modificava il ruolo di semplice messaggero dell'Rna. In particolare si chiarì che taluni virus(retrovirus, ossia virus a trascrizione o transcriptase inversa) seguono la linea Rna-Dna. Tra i retrovirus il più celebre è l'Hiv - il patogeno responsabile dell'Aids - che costruisce il proprio Dna parassitando la cellula ospite, il che, tra l'altro, spiega l'enorme difficoltà di eliminazione del virus. Come dire che distruggendo l'Hiv si distrugge l'organismo infettato. Detto per inciso, la linea di ricerca aperta dai retrovirus è particolarmente suggestiva. Tenuto conto del fatto che i virus hanno, per la loro capacità di cristallizzarsi, una relazione speciale con l'inorganico, e fermo restando il ruolo del Dna come motore di vita, la trascrizione inversa, studiata con speciale attenzione, potrebbe gettare una luce potente sulla transizione dall'inorganico all'organico, cioè di fatto sull'emergenza della vita).

Ingegneria genetica

A poco a poco si cominciò a pensare che, una volta conosciuti i meccanismi di conservazione e trasmissione della vita, si potesse intervenire per modificarla. E' questa la prospettiva di fondo dell'ingegneria genetica, i cui primi passi risalgono a metà degli anni Sessanta, quando si potevano già prevedere tecniche per introdurre nuove caratteristiche genetiche in cellule che non le possedevano. Il grande microbiologo americano, Joshua Lederberg, come ricorda Gilberto Corbellini in Le grammatiche del vivente. Storia della biologia molecolare (Laterza) fu tra i primi a intuire le possibilità di una nuova genetica molecolare, presentando ai National Institutes of Health un progetto consistente nell'utilizzare uno speciale enzima per aggiungere sequenze di adenina e timina a due molecole di Dna in modo da poterle poi congiungere insieme. Di fatto era questo il primo passo della tecnologia del Dna ricombinante che da molti osservatori, ivi compresi non pochi scienziati, sembrava allungare sulle ricerche la sinistra ombra della vecchia eugenetica nazista. Furono proprio gli inventori di questa tecnologia a riunirsi in un convegno negli Stati uniti (Conferenza di Asilomar, 1975) per porre una serie di vincoli sulle ricerche in corso e a stabilire i principi invalicabili cui avrebbero dovuto ispirarsi le future indagini. Ad Asilomar si associò altresì la proposta di una moratoria degli esperimenti in corso che poi non venne rispettata. In realtà era ormai cominciata l'era delle biotecnologie e cominciava a profilarsi quell'insieme di riflessioni e preoccupazioni di indole morale che avrebbero dato origine alla bioetica.

In buona sostanza, gli scienziati di Asilomar avevano dato voce - mostrando una lungimiranza e una sensibilità di cui, detto con estrema franchezza, avevano difettato i fisici atomici negli anni Quaranta - al timore del pubblico circa l'eventualità che un'altra terribile bomba, quella biologica, fosse in procinto di essere fabbricata nei laboratori degli addetti ai lavori, una bomba che forse non distruggeva la vita, ma certo sembrava in grado di stravolgerla. Questa paura era ed è giustificata

La paura e la speranza

Rispondere a questo interrogativo è estremamente difficile. Parrebbe infatti, con la perentorietà della risposta attesa, invitare a prendere partito o per uno sterile scientismo, dimenticando che la vera scienza ha tra le sue componenti la responsabilità, o, per contro, per una congiura romantica degli affetti avverso le «degenerazioni» della biologia. Ci troviamo di fronte a un dilemma, i cui corni sono entrambi decisamente impraticabili e lo sono al punto da ricordarci, con Adorno, che la libertà di giudizio non sta nel decidere intorno a questo o a quel dilemma, ma nel rifiutare sempre e comunque il dilemma. Ma come? Nell'unico modo da sempre consentito a un intellettuale: con la «forzata pazienza», che Leibniz raccomandava ai dotti, analizzare l'esistente, tenendo conto anche delle passioni di cui è incrostato. Cominciamo allora con il portare la nostra attenzione sulla scoperta della struttura e della funzione del Dna, focalizzandone il contenuto conoscitivo.

Da cinquant'anni questa intrigante macromolecola ci dice che siamo tutti eguali e tutti diversi, tutti eguali perché tutti i processi di sviluppo e di vita seguono, in ciascuno di noi, il medesimo percorso, tutti diversi perché il Dna di un individuo non è affatto identico a quello di un altro, e la testimonianza di questo è, tra l'altro, costituita dalla prova del Dna seguita nelle inchieste giudiziarie. Limitando il discorso agli esseri umani, non ci sembra azzardato sostenere che ognuno di noi ha una sorta di carta di identità segreta, che costituisce, se possiamo dirlo, la base biochimica della responsabilità. Una tecnologia ricombinante sembra porre decisamente a rischio questa potente ricchezza (o povertà?). Ma che le cose non stiano così è, ci pare, ampiamente mostrato dalle applicazioni in medicina, la cui verità, tanto più forte, quanto più animata da un fine «locale» - il miglioramento della condizione di vita del singolo - sta nell'impedire che una tale identità nascosta diventi una condanna. Riconoscere che l'essenza della vita è la conservazione non autorizza nessuno a privilegiare la conservazione del peggio.

A questo punto fa la sua comparsa un affetto, la speranza, la speranza di far in modo di conservare il meglio e una simile aspettativa può aiutare a fugare la paura che in tanti di noi suscita l'ingegneria genetica nata dalle verità acquisite con le ricerche sul Dna, a condizione certamente, però, che si abbiano ben chiari i fini della ricerca, fini che sono ampiamente condivisibili solo se sono medici. Probabilmente è proprio la medicina contemporanea, pur con tutte le sue manchevolezze e le sue contraddizioni, il banco di prova dell'ingegneria genetica, il punto di approdo di un cammino conoscitivo (e forse etico) iniziato mezzo secolo fa. Questa possibilità richiede però la necessità di non demonizzare in modo volgare la paura del pubblico. Il fatto che essa si agiti nell'immaginario collettivo la rende tanto più degna di attenzione. In quell'immaginario il Dna è ormai divenuto un mito. Ma ci chiediamo: un mito va esorcizzato o piuttosto educato, cioè chiarito e come decodificato, specie se si tratta, come è in definitiva, del mito della conoscenza del nostro più profondo sé?.

inizio pagina
vedi anche
L'immagine del mondo