[Nuova
grammatica del vivente
C'è una intrigante macromolecola, il Dna, che ormai da cinquant'anni ci
aiuta a capire come si trasmette la vita. E come si conserva. Sorta di carta
d'identità segreta che ci racconta come, allo stesso tempo, siamo tutti eguali
e tutti diversi. Uno scenario di cui protagonista è diventata l'ingegneria
genetica, spettro inquietante per quanti temono manipolazioni innaturali, per
altri speranza di vita e di guarigione. Alla medicina contemporanea, il compito
di diventare vero banco di prova. Responsabilmente e al di là di qualsiasi
strumentalizzazione
Nella memorabile rappresentazione italiana (1963) della Vita di
Galileo di Brecht Giorgio Strehler allestì una scena in cui
alcuni bambini giocano in una piazzetta, dando vita a una rudimentale partita
di pallone, lanciandosi l'un l'altro una palla fatta di stracci. La palla
rappresenta la Terra che, non più immobile, gira nello spazio, costringendo
alla mobilità quanti vi stanno sopra, ivi compresi i potenti, principi, re,
cardinali, papa, imperatore, il cui potere comincia a traballare perché nel
geocentrismo, ora dissolto, era la metafora della sua permanente stabilità. Con
la definitiva accettazione da parte degli scienziati della teoria eliocentrica,
a dispetto della resistenza opposta dalla Chiesa del tempo, parrebbe che la
percezione di un cambiamento radicale sia arrivata a toccare e commuovere il
senso comune che nel dramma è rappresentato dall'atteggiamento dei fanciulli.
In realtà le cose, nella storia, non sono così semplici e, tutto al contrario,
esiste sempre uno scarto temporale tra cambiamento reso possibile da una
scoperta scientifica e sua lucida avvertenza da parte del senso comune: ancora
oggi si usa comunemente dire «il Sole sorge», «il Sole tramonta», anche se
ormai tutti sanno che quello solare è un moto apparente. Rispetto al passato,
tuttavia, il secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle - e in particolare
i suoi ultimi cinquant'anni - ha introdotto una novità radicale: la comunicazione, spesso in
tempo reale, e qui poco importa se corretta o deformata, della scoperta
scientifica e delle sue possibili applicazioni, tale che il pubblico, anche
quello lontanissimo dal mondo della scienza, ha vissuto la drastica riduzione
tra evento scientifico epocale e comprensione della sua portata. Ma c'è
qualcosa di più, forse per merito o per colpa dei media - ma in una riflessione
storica appena attenta non ha senso parlare di «colpa» o di «merito» - l'informazione
veicolata ha fatto lavorare l'immaginazione popolare e l'ha colmata di miti,
talché quello che l'uomo comune sa dei contenuti salienti della scienza
contemporanea si confonde con quello che immagina o, per meglio dire,
conoscenza e immaginario collettivo tendono a coincidere.
1953: un anno cruciale
Queste considerazioni ci vengono in mente in occasione
di una ricorrenza significativa: esattamente cinquant'anni fa - 25 aprile 1953
- compaiono su Nature tre articoli dedicati alla
rappresentazione della struttura di una macromolecola filamentosa responsabile
dell'espressione e della trasmissione dell'eredità, il Dna (Acido
desossiribonucleico) presente nel nucleo delle cellule. L'articolo
fondamentale, che riproduce e illustra l'ormai classica struttura a doppia
elica porta la firma di James Watson e Francis Crick. Comincia da quel momento
un diffuso interesse da parte dei non addetti ai lavori per quello che si
ricerca e si scopre in biologia e quel che attira maggiormente è il fatto che
le future ricerche sembrano contenere una promessa: poter sapere sempre meglio
che cosa è la vita e arrivare a scoprire che essa è l'esito di un processo di conservazione. L'impatto emotivo è tanto più forte quanto
più cade in un momento in cui, concludendosi un tipico conflitto da guerra
fredda come la Guerra di Corea (1950-1953), le grandi masse sanno che, dopo il
dramma di Hiroshima e Nagasaki (il vero primo esperimento, purtroppo riuscito,
dell'uso di un'arma pensata per lo sterminio di massa) la vita sulla Terra e,
in particolare, la sopravvivenza della nostra specie sono a rischio di
estinzione.
Quella che storicamente è una contraddizione, essersi
incamminati sul percorso di conoscenza delle origini della nostra vita nel
momento stesso in cui tutti i viventi sono entrati in un incubo mortale, si
volge nell'immaginario collettivo in una grande speranza: quanto più e quanto
meglio sapremo come si trasmette la vita, tanto più agevolmente sapremo
evitarne la fine. Si può certamente criticare questa speranza che cela una
tragica ironia, in quanto la vita comincia ad essere compresa nel momento
stesso in cui è realistico pensare alla sua scomparsa. Ma le speranze traggono
la loro ragionevolezza non tanto dal loro contenuto, ma dagli affetti e dai comportamenti
che pongono in moto. Il primo di questi affetti pare fare la sua comparsa nel
mondo stesso della scienza: inizia il declino (talora persino di innovazione
speculativa) dell'egemonia della big science (la
fisica) a torto o ragione associata alla bomba atomica e inizia l'epoca della
biologia. Ma c'è qualcosa di più. Il grande potenziale conoscitivo della nuova
biologia, la biologia molecolare, non solo introduce una serie di riflessioni
di grande portata sulla remotissima transizione (quattro miliardi e mezzo di
anni fa) dall'inorganico all'organico, ma, per una sorta di contagio culturale
- la biologia è, tutto sommato, una scienza storica - induce a valutare in
termini storici gli stessi fenomeni indagati dalla fisica. Specie negli ultimi
decenni del secolo scorso ogni capitolo realmente innovativo della scienza
fisica si volge in un capitolo di storia dell'universo
La bomba «biologica»
La storia del Dna, prima del 1953, è per molti versi, quella
di fenomeni scoperti da tempo sul cui significato, tuttavia, stentò a farsi
decisamente chiaro. Come osserva Fabio Terragni in Dizionario
di storia della salute (a cura di Cosmacini, Gaudenzi, Satolli, Einaudi,
Dna, s. v.) le prime ricerche risalgono al XIX secolo quando un medico
svizzero, Friedrich Miescher (1844- 1895) prese a studiare, verso il 1870,
talune componenti del nucleo della cellula. La molecola di Dna venne comunque
isolata in Germania attorno al 1890. «In quel periodo la molecola venne
separata dalle proteine cui è legata nel nucleo e venne stabilita la presenza
nel Dna di fosfato, zucchero e di una famiglia di quattro composti: adenina,
citosina, guanina e timina, oggi dette basi azotate, che costituiscono le
componenti variabili della catena. La sua funzione rimase però oscura sino al 1944,
quando il biologo americano Oswald T. Amery (1877-1955) ne provò la
responsabilità nel fenomeno della trasformazione, ovvero nella trasmissione da
un batterio a un altro di caratteri genetici». Questo speciale ruolo venne
confermato nel 1952 da altri ricercatori americani, come Alfred Herschey e,
soprattutto, Martha Chase. Quando uscì l'articolo fondamentale di Crick e
Watson, la funzione del Dna, di esprimere e trasmettere l'eredità, era perciò
già nota. La rappresentazione del modello chiarì soprattutto le modalità
seguite dalla macromolecola nel svolgimento del suo compito. In particolare,
Crick e Watson posero in evidenza come i due filamenti del Dna fossero
costituiti dalla ripetizione di nucleotidi complementari l'uno all'altro. La
struttura venne mostrata da Crick e Watson essenziale per permettere la
duplicazione del Dna e, in particolare, la trascrizione dell'informazione
genetica nell'Rna (acido ribonucleico) - che fungeva così da «messaggero» - e,
conseguentemente, la sua traduzione nelle proteine, vale a dire le componenti
strutturali e funzionali delle cellule. Quando, nel 1962, Crick e Watson furono
insigniti del Nobel per la medicina, di fatto il meccanismo dell'eredità
risultava fondamentalmente acquisito. Le indagini degli anni successivi furono
occupati essenzialmente in indagini sui processi di trascrizione dal Dna e dal
Rna e venne affermandosi il «dogma di Crick» secondo il quale non v'è organismo
che non segua la linea Dna-Rna (trascrizione o
transcriptase diretta) (più tardi il «dogma» avrebbe ricevuto un duro
colpo, quando si scoprì la peculiare natura di alcuni organismi in cui il
processo di trascrizione modificava il ruolo di semplice messaggero dell'Rna.
In particolare si chiarì che taluni virus(retrovirus,
ossia virus a trascrizione o transcriptase inversa) seguono la linea Rna-Dna.
Tra i retrovirus il più celebre è l'Hiv - il patogeno responsabile dell'Aids -
che costruisce il proprio Dna parassitando la cellula ospite, il che, tra
l'altro, spiega l'enorme difficoltà di eliminazione del virus. Come dire che
distruggendo l'Hiv si distrugge l'organismo infettato. Detto per inciso, la
linea di ricerca aperta dai retrovirus è particolarmente suggestiva. Tenuto
conto del fatto che i virus hanno, per la loro capacità di cristallizzarsi, una
relazione speciale con l'inorganico, e fermo restando il ruolo del Dna come
motore di vita, la trascrizione inversa, studiata con speciale attenzione,
potrebbe gettare una luce potente sulla transizione dall'inorganico
all'organico, cioè di fatto sull'emergenza della vita).
Ingegneria genetica
A poco a poco si cominciò a pensare che, una volta
conosciuti i meccanismi di conservazione e trasmissione della vita, si potesse
intervenire per modificarla. E' questa la prospettiva di fondo dell'ingegneria genetica,
i cui primi passi risalgono a metà degli anni Sessanta, quando si potevano già
prevedere tecniche per introdurre nuove caratteristiche genetiche in cellule
che non le possedevano. Il grande microbiologo americano, Joshua Lederberg,
come ricorda Gilberto Corbellini in Le grammatiche
del vivente. Storia della biologia molecolare (Laterza) fu tra i primi a
intuire le possibilità di una nuova genetica molecolare, presentando ai
National Institutes of Health un progetto consistente nell'utilizzare uno speciale
enzima per aggiungere sequenze di adenina e timina a due molecole di Dna in
modo da poterle poi congiungere insieme. Di fatto era questo il primo passo
della tecnologia del Dna ricombinante che da molti osservatori, ivi compresi
non pochi scienziati, sembrava allungare sulle ricerche la sinistra ombra della
vecchia eugenetica nazista. Furono proprio gli inventori di questa tecnologia a
riunirsi in un convegno negli Stati uniti (Conferenza di Asilomar, 1975) per
porre una serie di vincoli sulle ricerche in corso e a stabilire i principi
invalicabili cui avrebbero dovuto ispirarsi le future indagini. Ad Asilomar si
associò altresì la proposta di una moratoria degli esperimenti in corso che poi
non venne rispettata. In realtà era ormai cominciata l'era delle biotecnologie
e cominciava a profilarsi quell'insieme di riflessioni e preoccupazioni di
indole morale che avrebbero dato origine alla bioetica.
In buona sostanza, gli scienziati di Asilomar avevano dato
voce - mostrando una lungimiranza e una sensibilità di cui, detto con estrema
franchezza, avevano difettato i fisici atomici negli anni Quaranta - al timore
del pubblico circa l'eventualità che un'altra terribile bomba, quella
biologica, fosse in procinto di essere fabbricata nei laboratori degli addetti
ai lavori, una bomba che forse non distruggeva la vita, ma certo sembrava in
grado di stravolgerla. Questa paura era ed è giustificata
La paura e la speranza
Rispondere a questo interrogativo è estremamente difficile.
Parrebbe infatti, con la perentorietà della risposta attesa, invitare a
prendere partito o per uno sterile scientismo, dimenticando che la vera scienza
ha tra le sue componenti la responsabilità, o, per contro, per una congiura
romantica degli affetti avverso le «degenerazioni» della biologia. Ci troviamo
di fronte a un dilemma, i cui corni sono entrambi decisamente impraticabili e
lo sono al punto da ricordarci, con Adorno, che la libertà di giudizio non sta
nel decidere intorno a questo o a quel dilemma, ma nel rifiutare sempre e comunque
il dilemma. Ma come? Nell'unico modo da sempre consentito a un intellettuale:
con la «forzata pazienza», che Leibniz raccomandava ai dotti, analizzare
l'esistente, tenendo conto anche delle passioni di cui è incrostato. Cominciamo
allora con il portare la nostra attenzione sulla scoperta della struttura e
della funzione del Dna, focalizzandone il contenuto conoscitivo.
Da cinquant'anni questa intrigante macromolecola ci dice che
siamo tutti eguali e tutti diversi, tutti eguali perché tutti i processi di
sviluppo e di vita seguono, in ciascuno di noi, il medesimo percorso, tutti
diversi perché il Dna di un individuo non è affatto identico a quello di un
altro, e la testimonianza di questo è, tra l'altro, costituita dalla prova del
Dna seguita nelle inchieste giudiziarie. Limitando il discorso agli esseri
umani, non ci sembra azzardato sostenere che ognuno di noi ha una sorta di
carta di identità segreta, che costituisce, se possiamo dirlo, la base
biochimica della responsabilità. Una tecnologia ricombinante sembra porre
decisamente a rischio questa potente ricchezza (o povertà?). Ma che le cose non
stiano così è, ci pare, ampiamente mostrato dalle applicazioni in medicina, la
cui verità, tanto più forte, quanto più animata da un fine «locale» - il miglioramento
della condizione di vita del singolo - sta nell'impedire che una tale identità
nascosta diventi una condanna. Riconoscere che l'essenza della vita è la
conservazione non autorizza nessuno a privilegiare la conservazione del peggio.
A questo punto fa la sua comparsa un affetto, la speranza,
la speranza di far in modo di conservare il meglio e una simile aspettativa può
aiutare a fugare la paura che in tanti di noi suscita l'ingegneria genetica
nata dalle verità acquisite con le ricerche sul Dna, a condizione certamente,
però, che si abbiano ben chiari i fini della ricerca, fini che sono ampiamente
condivisibili solo se sono medici. Probabilmente è proprio la medicina
contemporanea, pur con tutte le sue manchevolezze e le sue contraddizioni, il
banco di prova dell'ingegneria genetica, il punto di approdo di un cammino
conoscitivo (e forse etico) iniziato mezzo secolo fa. Questa possibilità
richiede però la necessità di non demonizzare in modo volgare la paura del
pubblico. Il fatto che essa si agiti nell'immaginario collettivo la rende tanto
più degna di attenzione. In quell'immaginario il Dna è ormai divenuto un mito.
Ma ci chiediamo: un mito va esorcizzato o piuttosto educato, cioè chiarito e
come decodificato, specie se si tratta, come è in definitiva, del mito della
conoscenza del nostro più profondo sé?.
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