RASSEGNA STAMPA

25 AGOSTO 2001
GIUSEPPE SALTINI
E il professor Freud mise la letteratura sul lettino

Nel 1936, in occasione dell’ottantesimo genetliaco di Sigmund Freud, centonovantuno artisti, poeti e romanzieri sottoscrissero una lettera pubblica di auguri indirizzata al fondatore della psicoanalisi. Tra i firmatari, insieme ad autori di lingua tedesca come Thomas Mann e Stefan Zweig, spiccavano i nomi dei francesi Romain Rolland e Jules Romains, e degli inglesi H.G. Wells e Virginia Woolf. In un passo di tale lettera si legge: "Per quanto i tempi futuri possano modificare o ridimensionare i risultati della sua ricerca, sarà impossibile mettere a tacere gli interrogativi che Sigmund Freud ha rivolto all’umanità. In tutti i settori della spiritualità, nell’indagine letteraria e artistica, nella storia della religione e nella preistoria, nella mitologia, nelle tradizioni popolari, nella pedagogia e, last but not least, nella poesia stessa, si deve riconoscere la profonda azione stimolante della sua opera".
Alla ricostruzione dei fecondi rapporti tra psicoanalisi e letteratura ha dedicato un ampio studio lo psicoterapeuta Johannes Cremerius, docente all’Università di Friburgo, il cui saggio del 1995, Freud e gli scrittori, è ora accessibile in traduzione italiana (Utet, 218 pagine, 34.000 lire). Sin dall’Interpretazione dei sogni (1900), dettagli poetici e dati biografici, relativi a Goethe, Keller, Grillparzer e Ibsen, avevano attratto le attenzioni di Freud. Al 1909 risale il primo esempio di analisi freudiana a sé stante di un’opera letteraria: Il delirio e i sogni nella "Gradiva" di Jensen. Sono inoltre noti i numerosi, fondamentali scandagli gettati da Freud nelle acque abissali dell’Edipo Re e dell’Amleto, nonché le osservazioni sull’Uomo della sabbia di E.T.A. Hoffmann, su un ricordo d’infanzia tratto da Poesia e verità di Goethe e sulle torbide vicende dei tortuosi Karamazov (Dostoevskij e il parricidio, 1928).
Se l’interesse di Freud per le opere letterarie fu costante, intellettualmente produttivo e rivelatore, altrettanto profondo è stato, sin dagli inizi, l’influsso della psicoanalisi su singoli scrittori. Per esempio su Italo Svevo, che a Trieste fece la sua prima esperienza di seduta psicoanalitica con il cognato Veneziani, il quale era stato in analisi presso Freud per risolvere problemi di dipendenza dalla morfina e di omosessualità. A sua volta Joyce, all’epoca anch’egli residente a Trieste, venne a contatto con la psicoanalisi proprio attraverso Svevo. Rilke fu introdotto nel mondo del pensiero freudiano da Lou Andreas Salomè, già amica di Nietzsche. E grazie alla mediazione di Frieda von Richthofen, allieva e amante di Otto Gross, pure gli scrittori inglesi studiarono le opere di Freud per trarne linfa creativa. Quanto ai viennesi, essi, per così dire, giocarono in casa. Basti pensare che la cerchia dei letterati alla quale appartenevano Schnitzler, Bahr, Beer-Hofmann, Blei, Werfel e von Winterstein si riuniva nei caffè dove il nuovo metodo terapeutico era divenuto alla moda; e che lo stesso von Winterstein emerse, ben presto, quale stretto collaboratore di Freud. A questo si aggiunga lo scalpore suscitato dalle storie scandalose che si raccontavano sul trattamento psicoanalitico. Ciò che avveniva nello studio viennese di Freud alimentava le chiacchiere, i commenti più strampalati, e destava grande curiosità.
Oltre a esaminare questi scrittori, Cremerius dedica un intero capitolo al rapporto Freud-Musil. Nel racconto La tentazione della silenziosa Veronica, alla quale lavorava dal 1907, l’ideatore della complicata Azione Parallela nell’inquieta Cacania (ovvero Finis Austriae) rappresentò un classico caso di isteria in una giovane donna i cui traumi, in seguito a esperienze sessuali rimosse, risalivano all’infanzia. Dalle note di diario, e dai sottofondi suggeriti dal suo capolavoro L’uomo senza qualità, inoltre sappiamo che Musil era tormentato da sensazioni di vuoto, da depressioni, da impulsi coatti, da forti inibizioni, da un’ostinata "indecisione paralizzante". "Che senso ha vivere?" si chiedeva. E continuava: "Fin da bambino, quello che attira gli altri non mi attira. Ecco un uomo privo di gioia. Senza appetiti".
Qui l’occhio deve soffermarsi sull’iniziale "fin da bambino". Malinconie e nevrosi infantili già furono presenti nelle biografie di scrittori che Cremerius non cita affatto - in Baudelaire, in Flaubert -, i quali cercarono, nel lavoro letterario, una possibile terapia all’ansia e all’horror vacui. Il tema torna in alcuni versi di Paul Celan evocanti un’immagine onirica: "Transenna cieca, con / barba lucente. / La illumina / un sogno di maggiolini. / Dietro, lamentoso reticolo, / s’apre la fronte di Freud". O in altri, più espliciti, di Horst Bienek: "Sotto sotto, vedi? / sempre è l’infanzia. / Lunga un battito di ciglia, / un’eternità".
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