RASSEGNA STAMPA

1 LUGLIO 2001
PAOLO ROSSI
I paradossi del dare consigli

Shaftesbury alle radìci dell'etica moderna

Shaftesbury, "Soliloquio, ovvero consìgli a un autore", a cura di Paola Zanardi, Il Poligrafo, Padova 2001, pagg. 190, L. 35.000;

Franco Crispíni, "L'etica del mode". Shaftesbary e le ragioni della , Donzelli, Roma 2001, pagg. 130, L. 32.000.

Questi Consigli a un autore, scritti da Anthony Ashley Cooper, conte di Shaftesbury (Londra 1671- Napoli 1713), pubQblicati nel 1710 e qui per la prima volta tradotti in italiano, sono pieni di arguzia, intelligenza, spinto di tolleranza e profondità. Ciò che viene solitamente denominato "dare consigli" (vi scrive l'autore) è una parte rilevante dell'attività degli scrittori o, come diremmo oggi, degli intellettuali. Ma non è per nulla facile fare dei consigli un dono gratuito. Colui che li impartisce tende principalmente a far mostra della propria saggezza a spese altrui e colui che dovrebbe riceverli è in genere disposto ad accettare la figura di un "maestro" in matematica, in musica, o in qualsiasi altra scienza, ma non certo in intelligenza e buon senso. Ciò nonostante tutti gli autori - esplicitamente o meno si dichìarano, per la loro epoca, maestri dì ìntellìgenza.

L'aspirazione dell'operetta di Shaftesbury non è quella di dare consigli, ma di valutare i modi di dare consigli. Il compito non è superiore a quello che si propone un ìnsegnante di lingue o di logica, ma il problema, in questo caso, va considerato come un caso particolare di chirurgia. In

quest'ultima contano insieme e contemporaneamente la compassione, la delicatezza della mano e la fermezza e l'audacia. Su chi esercitare un'arte siffatta? Come trovare un paziente cosi docile con il quale si possa procedere con rapidità e decisione e verso il quale si sia certi di conservare la massirna delicatezza possibile?

La soluzione è una sola: ricorrere a quel soliloquio che è da sempre prerogativa dei poeti e che, mediante una vera e propria arte della dissezione, trasforma una persona in due persone dìstìnte. Si è ìnsìeme dìscepolo e precettore, insegnante e allievo, si impara la difficile arte del controllo. Ci si rende conto che preferiremmo essere insolentiti dagli altri piuttosto che venire accusati da noi stessi. Un vero, costante colloquio con se stessi può configurarsi come una forma di autoaddestrarnento, può anche presentarsi come un argine ai detestabili grandi parlatori nelle pubbliche assemblee che sono del tutto incapaci di parlare con se stessi e che di questo hanno letteralmente paura.

Shaftesbury fu avversario implacabììe del fanatismo relìgìoso e politico, si richiamò alla morale degli Stoici, sostenne l'autonomia della morale dalla religione e dalla politica. Come ha notato Franco Crispini, che ha per intero rìdìsegnato e riscritto una sua precedente monografia, Shaftesbury sta davvero alle origini dell'etica dei moderni. Meglio: è l'idea stessa di modernità che si pone nelle sue pagine come problema etico. Il libro di Crispini ha notevolmente contribuito a sottrarre la figura di Shaftesbury alla storìa dell'estetica, a rìcollocarla al centro dì una discussione molto più ampia, che è in grado di spiegare l'interesse di Herder, di Goethe, di Lessing, di Kant. Non per caso, al centro del libro di Crispini, stanno i temi svolti nei Consigli a un autore: "Finora scarsamente valutato il ruolo del soliloquio travalica nettamente i confini entro i quali è semplicemente definibile come una figura retorica o un analogo della introspezione psicologica".
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