RASSEGNA STAMPA

20 SETTEMBRE 2000
ANTONIO GNOLI
Massimo Cacciari
Cosa farò dopo la politica
Divide ancora il suo tempo fra l'impegno a sinistra e la filosofia. Annuncia un libro: "Ma per scriverlo dovrei isolarmi per un anno"
Tra politica e filosofia, Massimo Cacciari non sembra per ora voler scegliere. I piedi stanno comodamente nelle due staffe.
Quanto durerà, ora che non è più sindaco di Venezia, ora che la sinistra per quanto ricompattata (anche moralmente) potrebbe alle prossime elezioni perdere? Progetti di un ritorno vero e proprio alla filosofia non ce ne sono, ma segnali sì: c'è la nuova edizione di Dell' Inizio che Adelphi manderà in libreria a ottobre con delle aggiunte. C'è un libro sulla tecnica pubblicato da Cortina (Arte tragedia e tecnica, scritto con Massimo Donà, pagg.
112, lire 16.000), ci sono i numerosi saggi che in ordine sparso Cacciari scrive per MicroMega e Aut Aut. Ci sono i convegni: domani è a Roma per un incontro all' Accademia di Spagna su Maria Zambrano e Heidegger. C'è infine un progetto: un libro ambizioso, ancora tutto da scrivere sul tema Filosofia e Teologia: "Quello che avrei in mente è in larga parte nella testa, ma dovrei mollare la politica per scriverlo.
Dovrei chiudermi un anno in casa e non pensare ad altro", dice.
L'occasione di questa chiacchierata nasce da alcuni spunti, sui quali bisogna dire da anni Cacciari riflette. Uno è la questione Heidegger e il problema della tecnica. E' noto che per il filosofo tedesco la questione della tecnica fu un vero assillo che si ingigantì negli anni, fino a sfociare nella celebre conferenza del 1953. Che concludeva in maniera sorprendente, con un richiamo a un verso di Hölderlin: "Ma là dove c'è il pericolo, cresce anche ciò che salva".
Allora professor Cacciari, cosa ne pensa di questa conclusione, questo modo di Heidegger di liberarsi della tecnica?
"Prima di arrivare alla conclusione occorrerebbe inquadrare lo sfondo sul quale si svolge la riflessione heideggeriana, che non è un discorso filosofico, non è un pensiero che pensa se stesso".
Che cosa è?
"E' qualcosa d'altro. Dietro ad Heidegger vi è tutta la sociologia dell'età guglielmina.
Ci sono Sombart, Simmel, Spengler, Weber. Ma il tema centrale per capire bene il concetto di tecnica in Heidegger è, secondo me, di rapportarlo in modo decisivo, diretto, se vuole anche brutale, a Marx".
Dov'è l'aggancio?
"Direi con il tema dell'alienazione".
Ma non è un concetto un po' usurato?
"L'alienazione è quanto di più attuale si possa oggi indagare filosoficamente".
D'accordo, ma che cosa c'entra con Heidegger?
"Il mondo della tecnica liquida la trascendenza dell'uomo, l'aspetto per cui l' esserci, dice Heidegger, è trascendenza".
La tecnica ci rende meno dipendenti da Dio.
"No, al contrario, è proprio perché l' uomo non è più trascendenza che comincia a crearsi delle trascendenze, in termini puramente idolatrici. Siamo in piena alienazione teologico religiosa, che prima Feuerbach e Marx, poi Kierkegaard e Nietzsche, criticheranno".
Riportare la trascendenza nell'alveo dell'umano allora cosa vuol dire?
"Per Heidegger significa che l'uomo è l' unico ente capace di riflettere sulla differenza fra ente ed essere".
Traduca.
"E' cercare di mantenere l'esserci, cioè l' uomo, in una costante apertura. In Essere e Tempo questo era riferito all'"essere per la morte". In ogni istante, pensava Heidegger, si può vivere il proprio essere al limite".
Un appello all'esistenzialismo.
"Il rischio c'era, almeno in Essere e Tempo.
La svolta heideggeriana sarà appunto di allontanarsi da questa deriva esistenzialistica".
Deriva che aveva soprattutto un nome: Sartre.
"Verso il quale Heidegger ha chiarito ogni equivoco e preso le distanze. Per Sartre l'uomo è trascendenza solo in quanto si progetta costantemente oltre. Per Heidegger l'esserci è trascendenza nella misura in cui in ogni momento custodisce e stabilisce la sua differenza rispetto all'essere".
Tutto ciò sembra maledettamente astratto.
"Al contrario, tutto questo è concretissimo, sono tutti temi che riguardano la decisione".
Di fronte alla minaccia della tecnica, occorre prendere una decisione. E' così?
"Non tutti hanno questo tipo di reazione.
Sociologi come Sombart, Simmel o Weber diagnosticano la situazione, ma lo fanno in modo oggettivo. Al più aggiungono una considerazione etico-morale, come fa Weber, quando allude alla tecnica come al destino dell'Occidente".
Lui usa l'espressione "gabbia d'acciaio".
"Certo e non a caso, perché dalla gabbia l'uomo potrà uscire solo in modo catastrofico. Reazione questa essenzialmente etico-morale, assai al di sotto, diciamo, della durezza e della forza della diagnosi. Solo Heidegger, e Schmitt, si porranno il problema che quella diagnosi richiede la decisione".
Ossia?
"Decidere contro la politica tecnico amministrativa. La dimensione burocratica della politica - quella che Weber analizza - è per Heidegger il regno della chiacchiera, dell'impersonale".
Con quale conseguenza?
"La principale è la svalutazione della politica. Non solo. La deriva del nazionalsocialismo di Heidegger, come ha visto lucidamente Hannah Arendt, inizia con il suo discorso sulla totale svalutazione della politica".
Heidegger insomma approda al nazismo attraverso un percorso impolitico...
"Esattamente. Se vogliamo, un percorso simmetrico e opposto compirà Lukács.
Anche per il giovane Lukács la politica è il regno della chiacchiera, dell'inautentico".
Perché?
"Perché ridotta a burocrazia e tecnica, la politica non è più in grado di decidere. Di qui la scelta impolitica: L'anima e le forme, Teoria del romanzo. Di qui, successivamente il passaggio dall'impolitico al politico che decide, che ti impegna. Nel caso di Lukács Lenin, in quello di Heidegger il nazionalsocialismo".
E' l'idea che ha Schmitt dello stato d'eccezione.
"Esattamente. La politica è autentica solo perché in ogni momento vive nello stato d'eccezione. L'abbaglio di Heidegger è stato pensare che davvero questa politica si potesse rappresentare".
Però lui molla a un certo punto la politica, ma su questo non apre nessuna autocritica...
"Secondo me non poteva farla. Era una testa troppo filosofica per non capire la logicità di certi passaggi. Ad ogni modo tutto il secondo Heidegger mira alla decostruzione dell'idea che la politica sia rappresentabile".
Qualcuno ha colto in questa svolta una maggiore sensibilità alla teologia.
"Interpretare Heidegger teologicamente è una barzelletta".
D'accordo. Però cosa c'è dopo la metafisica, dopo la filosofia? La politica non gli funziona, Dio neanche a parlarne.
Allora che cosa c'è dopo?
"La filosofia si compie e inizia il pensare".
Il pensiero a cui si rivolge Heidegger è quello dei poeti, il pensiero poetante, come lo chiama lui. Le pare sufficiente?
"A me sembra un grosso equivoco.
Immaginare come fa Heidegger che la poesia indica la parola mancante equivale a una lettura consolatoria e ideologica della lirica contemporanea. Potrebbe forse adattarsi appena a George, ma è compleamente sballata nei confronti di Trakl e di Rilke. Non parliamo poi di Celan".
Fallimento su tutta la linea, o no?
"In che senso"?
Da Marx in poi si è posto il problema della fuoriuscita da un sistema, Heidegger lo chiama oltrepassamento, Jünger parla di oltre la linea, e allora?
"La fuoriuscita non vuol dire niente. Noi siamo qui, e pensiamo di fuoriuscire, sempre, inesorabilmente. Se pensi, pensi a come fuoriuscire da ogni sistema. E' così: se non amministri, filosofeggi, interroghi".
Ma a queste condizioni a cosa serve interrogare?
"A vedere disperatamente se in quello che abbiamo detto c'è contraddizione. Pensare è questo. E' accorgersi se in quello che hai detto fino a un secondo prima c'è contraddizione, c'è aporia, c'è vuoto. E' lì che il pensiero si colloca".
E' facile replicare che le cose vanno altrimenti.
"Heidegger lo dice in termini assolutamente marxiani: non è col pensiero dell'oltrepassamento che tu sorpassi la metafisica. La metafisica è un'epoca dell'essere. Marx avrebbe detto: il capitalismo è un'epoca dello sviluppo del genere umano, assolutamente necessaria.
Non è l' uomo, non è l'esserci, dirà Heidegger, che può progettare e produrre una nuova epoca. Qui il distacco da ogni idolatria politica".
Ma tutti costoro hanno pensato a una via d'uscita: Heidegger alla parola del poeta, Marx al profetismo secolarizzato, Jünger alla via nel bosco, con le figure del lavoratore, del ribelle e dell'anarca.
L'impressione è che siamo in piena retorica.
"Il problema è che la decisione non potrà mai dare luogo alla conciliazione".
Ma è ciò a cui quasi tutti cercano di pervenire.
"E' vero. Ma la decisione ti farà decidere per il tuo Dio e sarai sempre in guerra con l' altro. Questo è il discorso. Mentre tutti costoro, compreso Marx, pensano alla decisione come a un processo per la costituzione di superiori armonie".
Cercano il Paradiso perduto.
"E già".
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