Massimo CacciariCosa farò dopo la politica Divide ancora il suo tempo fra l'impegno
a sinistra e la filosofia. Annuncia un
libro: "Ma per scriverlo dovrei isolarmi
per un anno" |
| Tra politica e filosofia, Massimo Cacciari
non sembra per ora voler scegliere. I piedi
stanno comodamente nelle due staffe.
Quanto durerà, ora che non è più sindaco
di Venezia, ora che la sinistra per quanto
ricompattata (anche moralmente) potrebbe
alle prossime elezioni perdere? Progetti di
un ritorno vero e proprio alla filosofia non
ce ne sono, ma segnali sì: c'è la nuova
edizione di Dell' Inizio che Adelphi
manderà in libreria a ottobre con delle
aggiunte. C'è un libro sulla tecnica
pubblicato da Cortina (Arte tragedia e
tecnica, scritto con Massimo Donà, pagg.
112, lire 16.000), ci sono i numerosi saggi
che in ordine sparso Cacciari scrive per
MicroMega e Aut Aut. Ci sono i convegni:
domani è a Roma per un incontro all'
Accademia di Spagna su Maria Zambrano e
Heidegger. C'è infine un progetto: un libro
ambizioso, ancora tutto da scrivere sul
tema Filosofia e Teologia: "Quello che
avrei in mente è in larga parte nella testa,
ma dovrei mollare la politica per scriverlo.
Dovrei chiudermi un anno in casa e non
pensare ad altro", dice.
L'occasione di questa chiacchierata nasce
da alcuni spunti, sui quali bisogna dire da
anni Cacciari riflette. Uno è la questione
Heidegger e il problema della tecnica. E'
noto che per il filosofo tedesco la
questione della tecnica fu un vero assillo
che si ingigantì negli anni, fino a sfociare
nella celebre conferenza del 1953. Che
concludeva in maniera sorprendente, con
un richiamo a un verso di Hölderlin: "Ma
là dove c'è il pericolo, cresce anche ciò che
salva".
| Allora professor Cacciari, cosa ne pensa di
questa conclusione, questo modo di
Heidegger di liberarsi della tecnica? |
"Prima di arrivare alla conclusione
occorrerebbe inquadrare lo sfondo sul
quale si svolge la riflessione heideggeriana,
che non è un discorso filosofico, non è un
pensiero che pensa se stesso".
"E' qualcosa d'altro. Dietro ad Heidegger vi
è tutta la sociologia dell'età guglielmina.
Ci sono Sombart, Simmel, Spengler,
Weber. Ma il tema centrale per capire bene
il concetto di tecnica in Heidegger è,
secondo me, di rapportarlo in modo
decisivo, diretto, se vuole anche brutale, a
Marx".
"Direi con il tema dell'alienazione".
| Ma non è un concetto un po' usurato? |
"L'alienazione è quanto di più attuale si
possa oggi indagare filosoficamente".
| D'accordo, ma che cosa c'entra con
Heidegger? |
"Il mondo della tecnica liquida la
trascendenza dell'uomo, l'aspetto per cui l'
esserci, dice Heidegger, è trascendenza".
| La tecnica ci rende meno dipendenti da
Dio. |
"No, al contrario, è proprio perché l' uomo
non è più trascendenza che comincia a
crearsi delle trascendenze, in termini
puramente idolatrici. Siamo in piena
alienazione teologico religiosa, che prima
Feuerbach e Marx, poi Kierkegaard e
Nietzsche, criticheranno".
| Riportare la trascendenza nell'alveo
dell'umano allora cosa vuol dire? |
"Per Heidegger significa che l'uomo è l'
unico ente capace di riflettere sulla
differenza fra ente ed essere".
"E' cercare di mantenere l'esserci, cioè l'
uomo, in una costante apertura. In Essere e
Tempo questo era riferito all'"essere per la
morte". In ogni istante, pensava Heidegger,
si può vivere il proprio essere al limite".
| Un appello all'esistenzialismo. |
"Il rischio c'era, almeno in Essere e Tempo.
La svolta heideggeriana sarà appunto di
allontanarsi da questa deriva
esistenzialistica".
| Deriva che aveva soprattutto un nome:
Sartre. |
"Verso il quale Heidegger ha chiarito ogni
equivoco e preso le distanze. Per Sartre
l'uomo è trascendenza solo in quanto si
progetta costantemente oltre. Per
Heidegger l'esserci è trascendenza nella
misura in cui in ogni momento custodisce
e stabilisce la sua differenza rispetto
all'essere".
| Tutto ciò sembra maledettamente astratto. |
"Al contrario, tutto questo è concretissimo,
sono tutti temi che riguardano la
decisione".
| Di fronte alla minaccia della tecnica,
occorre prendere una decisione. E' così? |
"Non tutti hanno questo tipo di reazione.
Sociologi come Sombart, Simmel o Weber
diagnosticano la situazione, ma lo fanno in
modo oggettivo. Al più aggiungono una
considerazione etico-morale, come fa
Weber, quando allude alla tecnica come al
destino dell'Occidente".
| Lui usa l'espressione "gabbia d'acciaio". |
"Certo e non a caso, perché dalla gabbia
l'uomo potrà uscire solo in modo
catastrofico. Reazione questa
essenzialmente etico-morale, assai al di
sotto, diciamo, della durezza e della forza
della diagnosi. Solo Heidegger, e Schmitt,
si porranno il problema che quella diagnosi
richiede la decisione".
"Decidere contro la politica tecnico
amministrativa. La dimensione burocratica
della politica - quella che Weber analizza -
è per Heidegger il regno della chiacchiera,
dell'impersonale".
"La principale è la svalutazione della
politica. Non solo. La deriva del
nazionalsocialismo di Heidegger, come ha
visto lucidamente Hannah Arendt, inizia
con il suo discorso sulla totale
svalutazione della politica".
| Heidegger insomma approda al nazismo
attraverso un percorso impolitico... |
"Esattamente. Se vogliamo, un percorso
simmetrico e opposto compirà Lukács.
Anche per il giovane Lukács la politica è il
regno della chiacchiera, dell'inautentico".
"Perché ridotta a burocrazia e tecnica, la
politica non è più in grado di decidere. Di
qui la scelta impolitica: L'anima e le forme,
Teoria del romanzo. Di qui,
successivamente il passaggio
dall'impolitico al politico che decide, che ti
impegna. Nel caso di Lukács Lenin, in
quello di Heidegger il nazionalsocialismo".
| E' l'idea che ha Schmitt dello stato
d'eccezione. |
"Esattamente. La politica è autentica solo
perché in ogni momento vive nello stato
d'eccezione. L'abbaglio di Heidegger è
stato pensare che davvero questa politica si
potesse rappresentare".
| Però lui molla a un certo punto la politica,
ma su questo non apre nessuna
autocritica... |
"Secondo me non poteva farla. Era una
testa troppo filosofica per non capire la
logicità di certi passaggi. Ad ogni modo
tutto il secondo Heidegger mira alla
decostruzione dell'idea che la politica sia
rappresentabile".
| Qualcuno ha colto in questa svolta una
maggiore sensibilità alla teologia. |
"Interpretare Heidegger teologicamente è
una barzelletta".
D'accordo. Però cosa c'è dopo la
metafisica, dopo la filosofia? La politica
non gli funziona, Dio neanche a parlarne.
Allora che cosa c'è dopo? |
"La filosofia si compie e inizia il pensare".
| Il pensiero a cui si rivolge Heidegger è
quello dei poeti, il pensiero poetante, come
lo chiama lui. Le pare sufficiente? |
"A me sembra un grosso equivoco.
Immaginare come fa Heidegger che la
poesia indica la parola mancante equivale a
una lettura consolatoria e ideologica della
lirica contemporanea. Potrebbe forse
adattarsi appena a George, ma è
compleamente sballata nei confronti di
Trakl e di Rilke. Non parliamo poi di
Celan".
| Fallimento su tutta la linea, o no? |
"In che senso"?
| Da Marx in poi si è posto il problema della
fuoriuscita da un sistema, Heidegger lo
chiama oltrepassamento, Jünger parla di
oltre la linea, e allora? |
"La fuoriuscita non vuol dire niente. Noi
siamo qui, e pensiamo di fuoriuscire,
sempre, inesorabilmente. Se pensi, pensi a
come fuoriuscire da ogni sistema. E' così:
se non amministri, filosofeggi, interroghi".
| Ma a queste condizioni a cosa serve
interrogare? |
"A vedere disperatamente se in quello che
abbiamo detto c'è contraddizione. Pensare
è questo. E' accorgersi se in quello che hai
detto fino a un secondo prima c'è
contraddizione, c'è aporia, c'è vuoto. E' lì
che il pensiero si colloca".
| E' facile replicare che le cose vanno
altrimenti. |
"Heidegger lo dice in termini
assolutamente marxiani: non è col pensiero
dell'oltrepassamento che tu sorpassi la
metafisica. La metafisica è un'epoca
dell'essere. Marx avrebbe detto: il
capitalismo è un'epoca dello sviluppo del
genere umano, assolutamente necessaria.
Non è l' uomo, non è l'esserci, dirà
Heidegger, che può progettare e produrre
una nuova epoca. Qui il distacco da ogni
idolatria politica".
Ma tutti costoro hanno pensato a una via
d'uscita: Heidegger alla parola del poeta,
Marx al profetismo secolarizzato, Jünger
alla via nel bosco, con le figure del
lavoratore, del ribelle e dell'anarca.
L'impressione è che siamo in piena
retorica. |
"Il problema è che la decisione non potrà
mai dare luogo alla conciliazione".
| Ma è ciò a cui quasi tutti cercano di
pervenire. |
"E' vero. Ma la decisione ti farà decidere
per il tuo Dio e sarai sempre in guerra con
l' altro. Questo è il discorso. Mentre tutti
costoro, compreso Marx, pensano alla
decisione come a un processo per la
costituzione di superiori armonie".
| Cercano il Paradiso perduto. |
"E già". |